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LA MEMORIA EROTICA DI ZOE


di La-mandria
05.08.2026    |    103    |    5 8.0
"Zoe spalancò gli occhi con un'avida, disperata inspirazione d'aria, simile a quella di chi riemerge in superficie dopo una lunghissima apnea in un mare di fuoco..."
N.D.A: gli autori hanno scelto di classificare i loro racconti in due categorie:
• “SOFT” per tutti
• “STRONG” per intenditori
Questo appartiene alla categoria STRONG

PREMESSA
Questa è un'opera di pura fantasia. Nomi, personaggi, luoghi, eventi e incidenti sono frutto dell'immaginazione dell'autore. Qualsiasi somiglianza con persone reali, viventi o defunte, o con eventi effettivi è puramente casuale.
Le procedure terapeutiche, le tecniche ipnotiche e le condotte dei personaggi descritte nel racconto non riflettono in alcun modo le reali pratiche cliniche, gli standard etici o i protocolli deontologici della psicoterapia e dell'ipnoterapia mediche. L'autore non possiede qualifiche mediche o terapeutiche legate alla tematica e il testo non ha alcuno scopo educativo o informativo in ambito psicologico.
La narrazione esplora confini oscuri e violazioni professionali (come la relazione sessuale medico-paziente) al solo scopo drammatico e narrativo, all'interno di un contesto di dark romance o erotica. Gli autori condannano fermamente tali comportamenti nella realtà e non intendono normalizzare né incoraggiare l'abuso di potere o la violazione dei confini professionali nel mondo reale.

*****

La penombra dello studio del dottor Erick non era una semplice assenza di luce, ma una costruzione deliberata d'atmosfera. Le tende di lino grezzo, intessute in tonalità calde di terracotta e ocra dorata, filtravano i raggi del sole pomeridiano convertendoli in una sostanza polverosa.
Nell'aria stagnava un'essenza complessa: la base legnosa e rassicurante del sandalo mysore si mescolava all'amaro sottile della vaniglia selvatica e al profumo secco della carta antica delle collezioni cliniche rilegate in cuoio.
Era un ambiente studiato per disarmare le difese, per sciogliere le contrazioni muscolari ed emotive. Eppure, per Zoe, ogni dettaglio di quella stanza era diventato la testimonianza tangibile del proprio fallimento sensoriale.
Sedeva sulla grande poltrona anatomica in pelle di bufalo scuro, posizionata con un'angolazione precisa rispetto alla finestra e alla scrivania del terapeuta.
Le sue gambe affusolate, avvolte in calze velatissime, erano incrociate con composta eleganza.
Le dita dalle unghie curate poggiavano sui braccioli cicciotti della poltrona, sfiorando la pelle fredda del mobile con movimenti impercettibili e nervosi.
Nella vita pubblica e professionale, Zoe rappresentava l'archetipo della donna contemporanea di successo: lucida, determinata, padrona del proprio linguaggio e delle proprie decisioni.
Insegnante e studiosa rigorosa, sapeva decodificare la complessità dei testi classici e le sfumature della psiche umana.
Tuttavia, non appena varcava la soglia dell'intimità carnale, una barriera invisibile e invalicabile si frapponeva tra la sua mente razionale e il suo corpo.
Il piacere non era mai stato per lei un'esperienza vissuta visceralmente, ma un concetto teorico. Una sintassi elegante studiata sui libri, una sequenza di reazioni fisiologiche analizzate con freddezza scientifica, ma mai un incendio capace di travolgerla.
Ogni contatto fisico si risolveva in una cortese distacco, ogni tentativo di abbandono sfociava in una vigile e tormentosa auto-osservazione. Il suo corpo rispondeva all'atto erotico con un silenzio glaciale, un anestesia pervasiva che la lasciava spossata ed emotivamente isolata.
«Zoe, il suo respiro è ancora troppo alto, confinato alla gabbia toracica...» la voce del dottor Erick infranse il silenzio della stanza.
Era una voce baritonale, avvolgente, levigata da anni di pratica ipnotica, capace di modulare frequenze e pause con la precisione di un musicista.
Il terapeuta era seduto a poca distanza da lei, su una poltrona girevole in cuoio nero. Teneva un taccuino rilegato a mano sulle ginocchia e, tra le dita affilate della mano destra, faceva oscillare un piccolo pendolo stilizzato in ottone dorato.
Erick era un uomo sulla quarantina avanzata, dotato di un fascino maturo e magnetico. I capelli castani, sfumati di grigio argento alle tempie, incorniciavano un volto dai tratti scultorei: la mascella squadrata, le labbra sottili, ma espressive e uno sguardo di un color nocciola cangiante, capace di passare da una fredda lucidità diagnostica a un'intensità quasi ipnotica.
Zoe lo aveva scelto proprio per la sua duplice reputazione: clinico rigoroso da un lato ed esperto innovatore nella psicodinamica dell'inconscio profondo dall'altro, ma dopo mesi di sedute settimanali, i risultati rasentavano lo zero.
«Sento la sua voce, dottore, ed ascolto il ritmo del suo metronomo,» rispose Zoe, lasciando cadere la testa all'indietro contro il cuscino della poltrona. La pelle della sua gola si tese, mettendo in evidenza la delicatezza della linea del collo e il battito accelerato della giugulare. «Ma la verità è che non stiamo progredendo. Lei mi chiede di scendere i gradini della coscienza, di rilasciare il controllo, di lasciar affiorare le immagini dell'infanzia o le inibizioni rimosse. Arrivo al sesto, al settimo gradino, e poi trovo un muro di cemento. La mia mente continua ad analizzare, il mio corpo tace. Questa deve essere la mia ultima seduta. È inutile continuare a rincorrere un fantasma sensoriale che non mi appartiene.»
Erick non rispose immediatamente.
Ripose con estrema lentezza la penna stilografica sul ripiano del tavolino di mogano accanto a sé. Si sporse in avanti, appoggiando i gomiti sulle ginocchia e riducendo drasticamente la distanza fisica ed emotiva che lo separava dalla paziente. I suoi occhi cercarono quelli di Zoe, sostenendo un contatto visivo di una densità quasi palpabile, elettrica.
«L'assenza di cui lei parla con tanta rassegnazione, Zoe, non è un vuoto sterile» disse il medico con un tono basso, felpato, quasi confidenziale.
«È la maschera protettiva di una pienezza sommersa che la sua mente conscia non osa guardare. Lei si è abituata a pensare al suo blocco come a una mancanza di sensibilità, a una frigidità strutturale. Ma la psicodinamica ci insegna che il silenzio del corpo è spesso il risultato di un contenimento forzato: un'energia erotica talmente vasta e incandescente che, se venisse liberata senza filtri, spaventerebbe la sua attuale identità razionale.»
Zoe corrugò leggermente la fronte, scettica, ma irrimediabilmente catturata dall'intensità dello sguardo di Erick.
«Sta cercando di dorare la pillola con una bella metafora poetica, dottore. Ho analizzato ogni trauma della mia infanzia, ogni relazione passata. Non c'è nulla di nascosto nell'armadio.»
«Perché sta cercando nella stanza sbagliata» replicò Erick con un sorriso impercettibile. «Abbiamo tentato con l'ipnosi ericksoniana classica, lavorando sulla memoria biografica e sulla desensibilizzazione dell'ansia. Ma se la radice della sua paralisi non appartenesse alla sua storia personale? Se il suo corpo stesse custodendo una memoria sensoriale che trascende la sua vita attuale?»
«Cosa intende dire?» chiedere Zoe, inclinando leggermente il capo.
«Voglio proporle una regressione ipnotica profonda» spiegò il terapeuta, muovendo il pendolo d'ottone con una minima flessione del polso.
La superficie lucida del metallo catturò un raggio di luce, proiettando un bagliore dorato sulla parete.
«Un viaggio ipnotico che superi la soglia della prima infanzia per spingersi nelle stratificazioni dell'inconscio storico. Lasciare che la sua psiche si sganci dal contenitore biologico presente per accedere agli archetipi di vite passate. Che si tratti di autentiche memorie reincarnative o di una complessa architettura metaforica creata dalla sua mente per bypassare la censura morale, il risultato clinico è straordinario: la mente razionale abbassa la guardia e il corpo riconosce la propria vera natura sensuale.»
Zoe rimase in silenzio per alcuni istanti. La proposta conteneva una carica d'ombra e di fascino inquietante. «Regressione alle vite passate... Lei è un uomo di scienza, un clinico. Non pensavo si affidasse a tecniche esoteriche.»
«Io sono un terapeuta del desiderio, Zoe» rispose Erick a bassa voce, avvicinandosi ancora di più. «E il mio unico obiettivo è abbattere il muro che le impedisce di vivere. Mi conceda questa seduta. Lasci che la guidi oltre il confine della sua pelle attuale. Se anche dopo questo viaggio nel profondo il suo corpo risponderà con il silenzio, accetterò la sua decisione di interrompere la terapia.»
L'atmosfera nello studio si fece improvvisamente rarefatta.
Zoe sentì un brivido sottile correre lungo la spina dorsale, una corrente calda che dalla nuca scese fino ai lombi. Guardò l'uomo seduto di fronte a lei, avvertendo per la prima volta che il limite tra medico e paziente si stava sottilmente incrinando.
«E va bene» mormorò Zoe, socchiudendo gli occhi.
«Mi porti dovunque sia necessario.»
«Chiuda gli occhi, Zoe... Lasci che le palpebre diventino pesanti, morbide come velluto bagnato...» la voce di Erick fluiva nell'oscurità come un nastro di seta calda. «Inspiri profondamente... accolga l'aria tiepida ed espiri ogni residuo di controllo, ogni difesa accumulata nelle spalle, nel collo, lungo la linea sottile della schiena fino alle cosce...»
Zoe abbandonò la testa contro lo schienale della poltrona. Il fruscio ritmico del pendolo d'ottone che fendeva l'aria divenne l'unico punto d'ancoraggio sonoro, un sibilare ipnotico che sembrava generare onde concentriche nel suo cervello. L'oscurità dietro i suoi occhi iniziò a mutare consistenza: non era più il buio opaco della concentrazione sforzata, ma una sostanza fluida, cangiante, pervasa da sfumature dorate e cinabro.
«Visualizzi davanti a sé un maestoso corridoio di pietra chiara, scavato nel cuore della terra e illuminato da lucerne ad olio» continuò il medico. «A ogni mio conteggio regredirà nel tempo. Scenderà un gradino di pietra scaldata dal sole. Dieci... la sua identità di oggi si scioglie come neve al sole. Nove... il suo nome, la sua professione, la sua storia quotidiana diventano echi sbiaditi. Otto... sente il suo corpo farsi leggerissimo, quasi privo di peso, mentre il fiume del tempo scorre all'indietro con una forza irresistibile...»
Una sensazione di calore intensa e sconosciuta iniziò a propagarsi dal centro dell'addome di Zoe.
Non era la solita reazione ansiosa: era una pulsazione lenta, profonda, simile a un afflusso di sangue denso e profumato che si espandeva verso il bacino.
La sua consueta mente critica taceva, incapace di opporre la solita resistenza analitica.
«Sette... sei... sprofondi più in basso, Zoe. Oltre i confini della sua infanzia, oltre il momento del suo primo respiro... Cinque... quattro... lasci che le immagini, gli odori e le sensazioni affiorino spontaneamente, senza giudicarle, senza cercarne il senso logico...»
Il buio si squarciò in bagliori di luce abbacinante. Zoe avvertì un'improvvisa esplosione sensoriale: l'odore salmastro del mare mescolato a rami di mirto e alloro bruciati sui bracieri; il profumo zuccherino di fichi maturi spaccati dal calore; l'aroma pungente dell'olio d'oliva aromatizzato alla rosa selvaggia. Alle sue orecchie giunsero mormorii di folla, risate cristalline, richiami di venditori e frasi cadenzate in un latino vivido, fluido e privo di qualunque solennità scolastica.
«Tre... due... uno... il varco è aperto» sussurrò Erick.
La sua voce si era fatta estremamente vicina, appoggiata quasi al padiglione auricolare di Zoe. Il suo fiato tiepido le accarezzò la pelle del collo, provocando una contrazione visibile nei muscoli della gola.
«Dove si trova adesso, Zoe? Cosa vede? Chi è la donna che vive sotto la sua pelle?»
Zoe aprì gli occhi nella visione ipnotica.
La stanza del terapeuta era completamente dissolta.
Si trovava al centro di una grande piazza lastricata di basoli vulcanici scuri, levigati dal passaggio di migliaia di sandali. Il sole estivo picchiava con una ferocia dorata, inondando l'aria di un calore denso, quasi solido. Tutt'intorno si ergevano portici di pietra chiara, colonne dipinte di rosso Pompei e pareti affrescate con scritte amorose ed elettorali.
«Sento... sento il sole bruciare ferocemente sulla pelle delle mie spalle nude» disse Zoe ad alta voce.
La sua voce risuonò nello studio con una tonalità trasformata: più profonda, calda, intrisa di una sensualità del tutto priva di inibizioni.
«Sono a piedi nudi sulla pietra calda. Indosso soltanto una tunica di lino leggerissimo color zafferano, annodata sui fianchi... Il vento spinge il tessuto contro il corpo, e la trama ruvida sfrega piacevolmente sui capezzoli eretti a ogni mio passo... Sento la polvere sottile della città tra le dita dei piedi...»
«Continui, Zoe... lasci che la memoria la invada completamente» mormorò Erick.
Il suo respiro si era fatto visibilmente più corto, tradendo una tensione partecipe e morbosa.
«Dove si trova? Che anno è?»
«Siamo ai piedi della grande montagna verde... nella città del sole e del marmo» rispose Zoe, immergendosi totalmente nell'esperienza vissuta.
«È l'estate del settantanovesimo anno della nuova era, a Pompei. E io... io non mi chiamo Zoe. Il mio nome è Flavia.»
Nella Pompei vissuta da Flavia, il corpo non era un enigma da risolvere o un fardello da contenere, ma il centro vitale dell'esistenza.
Flavia era una matrona aristocratica e facoltosa, rimasta vedova in giovane età e padrona assoluta di una magnifica domus situata nei pressi della via dell'Abbondanza.
La sua casa era un trionfo di architettura e sensualità: un ampio atrio con impluvium in marmo, peristili cinti da colonne corinzie e stanze private decorate con affreschi erotici di straordinaria perizia, raffiguranti le metamorfosi d'amore degli dei.
Nel racconto ipnotico, Zoe non si limitava a descrivere un paesaggio storico: viveva la carne di Flavia con un'intensità fisiologica travolgente.
Sulla poltrona dello studio di Erick, la posizione di Zoe mutò radicalmente. Le sue gambe si scostarono con naturalezza, la schiena si arcuò leggermente staccandosi dallo schienale e la sua pelle si coprì di un velo di sudore dorato che rifletteva la luce della stanza.
«Ricordo la libertà di questa vita...» raccontava Zoe con la voce spezzata da piccoli respiri accelerati.
«A Pompei il piacere non è una colpa né un segreto da nascondere. È un tributo dovuto a Venere e alla natura. Ricordo i pomeriggi infiniti trascorressi nel calidarium privato della mia domus. Gli schiavi e le schiave ungevano la mia pelle con olio di sesamo profumato al mirto e alla cannella. Sentivo le loro mani calde e sapienti scivolare lungo i miei polpacci, risalire la curva morbida delle cosce, massaggiare i glutei fino a farmi sciogliere nel vapore tiepido... Non c'era fretta, non c'era giudizio. Ogni contatto era una celebrazione dei sensi.»
Erick aveva smesso qualsiasi finzione clinica.
Il taccuino di pelle era scivolato a terra sul tappeto persiano, la penna era rotolata sotto il tavolino.
Il terapeuta era spinto in avanti, posizionato a pochi centimetri dal corpo di Zoe. I suoi occhi nocciola, dilatati e lucidi, fissavano il petto della donna che si alzava e abbassava con ritmo frenetico sotto la seta bianca della camicetta, i cui primi bottoni si erano slacciati per i movimenti del corpo.
«Mi racconti di più, Flavia...» disse Erick, con una voce resa ruvida dall'eccitazione trattenuta.
«Mi parli dei suoi amanti... di come viveva il desiderio.»
«Amavo senza confini e senza paura,» continuò Zoe, scossa da un brivido epidermico che le sollevò i muscoli delle braccia.
«Amavo i giovani patrizi dalle spalle ampie e dal petto scuro di sole, che mi prendevano con foga sui letti di bronzo dopo i banchetti bagnati dal vino del Vesuvio... Ma amavo con la stessa devozione carnale le fanciulle della città, la loro pelle dolce come il miele, le loro dita sottili che cercavano la mia intimità nell'ombra del peristilio. Non c'era confine tra maschile e femminile. C'era soltanto l'urgenza del desiderio che chiedeva di essere appagato.»
L'esperienza ipnotica raggiunse un livello di nitidezza quasi insopportabile.
Zoe era completamente fusa con la memoria di Flavia: sentiva la temperatura dell'aria, la consistenza dei tessuti, il battito accelerato del proprio cuore e l'afflusso continuo di sangue caldo verso il proprio centro sensoriale.
«È la sera del ventitré agosto... la vigilia della fine» disse Zoe, scivolando nell'apice della regressione.
«L'aria è insolitamente calda, spessa, quasi irrespirabile. La grande montagna alle spalle della città ha emesso colpi sordi per tutto il giorno, ma nessuno di noi ha capito. Pensavamo fosse il brontolio festoso degli dei sotterranei. Nella mia domus abbiamo allestito un banchetto privato nel triclinio estivo...»
«Con chi si trova adesso, Flavia?» chiese Erick, il cui respiro affannoso impattava ormai direttamente sulla guancia di Zoe.
«Sono nella stanzina più interna del triclinio... adagiata su un giaciglio ricoperto di drappi di seta color porpora e cuscini imbottiti di piuma» mormorò la donna, mentre le sue dita si contraevano sui braccioli della poltrona come se stringessero lenzuola di lino.
«Sono con Livia. Una donna dai capelli corvini acconciati con spilli d'avorio scolpito. Ha gli occhi scuri come l'ossidiana e una pelle bianca, morbida come la panna fresca...»
«Mi dica cosa fate... non tralasci alcun dettaglio...» la voce di Erick era ridotta a un sussurro roco, vibrante di una brama incontrollabile.
«Livia si piega lentamente sopra di me...» raccontò Zoe, le labbra dischiuse in una sequenza di brevi sospiri di piacere autentico.
«Sento il peso del suo corpo delizioso e caldo che preme sul mio. Le sue labbra scendono dal mio collo verso la clavicola, mordicchiando la pelle con una dolcezza feroce. La sua lingua traccia una linea di fuoco bagnato lungo la solcatura del mio seno... Sento i miei capezzoli tendersi e indurirsi sotto la sua bocca d'incendio. Io le affondo le mani nei capelli neri, tirandola verso di me, divorando la sua bocca che sa di vino e di fichi maturi...»
Nello studio del medico, la finzione clinica era ormai del tutto frantumata.
La narrazione di Zoe aveva creato un campo magnetico d'erotismo crudo e tangibile.
Il corpo di Zoe sulla poltrona compiva movimenti inequivocabili: il suo bacino si sollevava ritmicamente, le sue cosce si aprivano e si contraevano in un'attesa spasmodica, rispondendo alle sollecitazioni della memoria ipnotica.
«Livia scende più in basso con il corpo...» continuò Zoe, la voce ridotta a un gemito roco e sensuale.
«Le sue mani piccole ed esperte scivolano sotto la seta della tunica, risalendo l'interno delle mie cosce con una lentezza tormentosa. Le sue dita sfiorano la mia intimità, trovandola bagnata, calda, pronta... Sento un'onda d'energia immensa che sale dalle mie viscere, un'elettricità che spazza via duemila anni di gelo, di rimozione, di paura!»
Erick osservava la scena completamente sopraffatto.
La sua solita compostezza si era dissolta. Il suo volto era arrossato, il collo segnato da vene gonfie, e i suoi occhi non si staccavano un solo secondo dal corpo di Zoe che si contorceva nella ricerca dell'acme.
«Sì... continui, Flavia... continui!» mormorò il terapeuta, muovendo il proprio corpo sulla sedia in un ritmo involontario e speculare.
«La bocca di Livia si posa sul mio centro...» sussurrò Zoe, e la sua schiena si staccò completamente dalla poltrona in un'arcata di pura tensione erotica.
«La sua lingua lavora con colpi caldi, ritmici, implacabili. Sento il piacere accumularsi come un fiume sbarrato che sta per travolgere la diga. Sono pura sensazione, sono puro fuoco... L'orgasmo sta per esplodere, è una forza spaventosa che mi sta travolgendo completamente.»
Ma nell'istante preciso in cui l'estasi di Flavia e Livia stava per raggiungere il suo culmine assoluto, la visione ipnotica venne investita dalla catastrofe storica.
Un boato sovrumano, sotterraneo ed apocalittico, scosse la terra di Pompei.
Il Vesuvio esplose.
La pancia della montagna si squarciò, proiettando nel cielo notturno una colonna gigantesca di materiale piroclastico, cenere incandescente, pomici e gas ad altissima temperatura. Il soffitto del triclinio crollò, le colonne di marmo si frantumarono e un'ondata di calore inaudito investì la domus, trasformando il giaciglio d'amore in un altare di fuoco e cenere.
«Il monte! Il monte è esploso!» gridò Zoe nella trance, e nel suo grido si fuse il terrore arcaico della morte con l'apice supremo dell'orgasmo liberatorio.
«La cenere bollente ci investe! Il fuoco ci avvolge mentre siamo ancora incastrate nell'abbraccio! Sento il calore supremo che fonde la mia pelle con la sua... Moriamo insieme nell'attimo preciso dell'estasi!»
Un sussulto spasmodico e violentissimo scosse l'intero corpo di Zoe sulla poltrona.
Il suo bacino si contrasse in una serie di pulsazioni irrefrenabili e profonde.
Dalla sua gola uscì un lungo, struggente grido di godimento totale, un lamento di resa e di liberazione sensoriale che echeggiò nelle pareti dello studio.
L'energia trattenuta per anni si scaricò in un'ondata devastante di piacere, ripulendo la sua psiche da ogni blocco antico e presente.
Zoe spalancò gli occhi con un'avida, disperata inspirazione d'aria, simile a quella di chi riemerge in superficie dopo una lunghissima apnea in un mare di fuoco.
Il suo petto si sollevava freneticamente; il cuore le batteva nelle tempie e nel collo con la violenza di un tamburo.
La pelle del suo corpo era calda, madida di un velo sottile di sudore, e tra le cosce avvertiva ancora la vibrazione pulsante dell'orgasmo appena consumato.
Si portò una mano tremante al petto, cercando di riorientarsi nello spazio e nel tempo.
La penombra dello studio era la stessa, ma la sua percezione del mondo era irrevocabilmente cambiata. Il muro era crollato. La sensazione di frigidità era stata incenerita dal fuoco di Pompei.
Il suo corpo era vivo, reattivo, sbloccato.
Tuttavia, quando voltò il capo verso la poltrona del terapeuta per condividere lo shock e il trionfo della guarigione, le parole le si congelarono in gola.
Il dottor Erick non era più il professionale ipnoterapeuta.
Era spinto all'indietro sulla sua sedia girevole, la cravatta sciolta e pendente di lato, i primi quattro bottoni della camicia sbottonati sul petto sudato.
I suoi pantaloni scuri erano abbassati alle cosce, e l'uomo si stava toccando con una frenesia selvaggia e disperata, completamente sopraffatto dall'eccitazione erotica indotta dalla narrazione cruda, viscerale e spudorata di Zoe.
Il suo volto era completamente arrossato, gli occhi nocciola lucidi, sbarrati e fissi sul corpo della paziente ancora scosso dai postumi dell'estasi.
Il metronomo sullo scaffale continuava a scandire il tempo nell'oscurità della stanza, del tutto indifferente al crollo di ogni barriera etica, professionale e deontologica.
Zoe rimase bloccata sulla poltrona di pelle, incapace di muoversi o di distogliere lo sguardo.
Una complessa e travolgente galassia di emozioni le attraversò la mente: il primo shock per la violazione delle regole cliniche venne istantaneamente sommerso da una nuova, oscura ed inebriante consapevolezza.
Vedere quell'uomo colto, autorevole, dominatore delle tecniche della psiche, ridotto in totale schiavitù dalla sola forza delle sue parole e del suo piacere sensoriale le infuse una scarica d'eccitazione del tutto sconosciuta.
Il fuoco di Pompei non si era spento con il risveglio dalla trance.
La corrente incandescente dell'antica Flavia bruciava ancora sotto la pelle di Zoe, alimentata dalla vista di quell'atto proibito consumato a pochi centimetri da lei.
I loro sguardi si agganciarono nel silenzio denso e rovente dello studio.
Erick non fece alcun gesto per coprirsi o per scusarsi; la sua mano accelerò il ritmo frenetico nel momento preciso in cui incontrò gli occhi spalancati di Zoe.
Lei non ricompose la camicetta, né chiuse le gambe: lasciò che il proprio respiro tornasse a farsi breve e caldo, mentre una nuova, inarrestabile vibrazione sensuale cominciava a pulsare nel suo ventre.
Il tempo parve fermarsi di nuovo nell'oscurità della stanza, lasciando la porta spalancata su qualunque futuro stesse per compiersi tra il medico e la paziente.

Vacca 24



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